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La leggeda del vampirismo: le origini.

Virginia ha scritto per noi questo interessante articolo sulle origini della Tradizione Vampirica in Europa.
La tradizione vampirica originaria
Nell’antica Eurasia c’erano due diverse concezioni di vampiro: quella indoeuropea e quella che generalmente può definirsi uralica.
Quella indoeuropea concepisce il vampiro come un fantasma e quindi TOTALMENTE morto. Lui ha la capacità di succhiare energie vitali ai vivi e trova i suoi progenitori negli antichi spettri ellenici nati, a loro volta, da antiche tradizioni palestinesi riguardanti le figlie di Lilith (demone femminile della Mesopotamia).
Questi vampiri erano spiriti terribili che disturbavano il quieto vivere degli uomini ma il loro operato non era meno temuto di quello degli uomini malvagi, infatti presso gli indoeuropei non c’era l’ossessione della figura del vampiro. Con l’arrivo del Medioevo e di una religiosità fanatica, il vampiro diventa un essere malefico perché gli vengono attribuiti caratteri di tipo non-religioso quindi eretici, non battezzati e scomunicati erano accusati di vampirismo nel senso di essere persone da considerarsi morte e malvagie e quindi spiriti demoniaci. Ecco che, nel Seicento, la figura occidentale del vampiro inizia ad essere coincidente con quella delle streghe perseguitate
dall’inquisizione. Nel Settecento nasce poi un interesse pieno nei confronti della figura vampiresca che tuttavia è molto stereotipata e la “moda” che ne consegue tradisce di gran lunga la vera storia della tradizione del vampiro che nasce, invece, presso i popoli uralici (ugrofinni, siberiani e uralo-altaici).
La tradizione uralica è caratterizzata da un’estrema ossessione per i vampiri. Questi esseri non sono morti, sono in corpore. Il vampiro è il massimo esponente del male e le sue vittime sono i suoi cari, le persone che ha amato di più in vita. Il vampiro è colui che rompe l’armonia del ciclo vitale: la sua seconda anima si rifiuta di lasciare il corpo per un attaccamento eccessivo alla vita terrena e, paradossalmente, ne diventa il nemico principale. Il corpo, benché l’anima corporea l’abbia abbandonato, non si decompone perché deve mantenersi ricettacolo e sede dell’anima libera che non lo ha abbandonato. Il vampiro è nocivo all’intera stirpe non solo perché vampirizza gli esseri umani, ma, soprattutto, perché si oppone alla morte e quindi alla reincarnazione e perciò il progredire della stirpe. Egli è da intendersi come il contraltare dello sciamano: ha poteri pari a lui in grandezza ma li indirizza al male; mentre lo sciamano custodisce l’armonia del cosmo, il vampiro la destabilizza.
I caratteri principali del vampiro sono da cercarsi nella tradizione ROMENA della TRANSILVANIA dove si sono conservati di più. Secondo questa, il vampiro si inserisce nel conflitto tra mondo e anti-mondo. Nella cosmologia di questi popoli esiste un anti-universo sotterraneo in cui stanno le anime dei morti insieme con i demoni primordiali i quali negano sia la vita sia la morte. Esiste poi l’universo ordinato che è il mondo terreno della superficie in cui, attraverso la morte e quindi la decomposizione, la vita si rigenera. Il vampiro è l’essere che sta tra la vita e la morte, tra l’universo e l’anti-universo.
Lui deve nutrirsi di un cibo di tipo fisico per mantenere composta la salma e metafisico per nutrire l’anima; il sangue è il connubio di questi due perché è veicolo di vita del corpo e veicolo dell’anima la quale ha sede o nel cuore o nella testa (non a caso il cuore pompa sangue al cervello). Colui che diventa un vampiro è generalmente stato, in vita, un licantropo. Il legame tra queste due figure è dovuto a una coincidenza di due tabù (i quali erano numerosissimi e indicativi di queste culture eurasiatiche): “non mangiare carne umana” e “non bere sangue umano”. Il lupo mannaro aveva già, tuttavia, perso i suoi connotati fondamentali che sono assolutamente positivi; infatti questa figura misteriosa nacque da riti propiziatori durante i quali gli uomini si vestivano da lupo (animale sacro) per favorire la fertilità della terra. La defunzionalizzazione di questo simbolo rituale, ha portato a crearne un essere malvagio i cui tabù sono stati, per analogia, associati a quelli del vampiro creando dunque una coppia difficilmente separabile.
Le caratteristiche del vampiro romeno sono ancora quelle originarie: colui che viene vampirizzato assume caratteri vampireschi già in vita e può entrare nella trans da sdoppiamento (rituale solo concesso agli sciamani) e far assumere alla sua anima caratteri zoomorfi affinché non venga riconosciuta. Il vampiro è in grado di modificare le condizioni meteorologiche. Era più temuto degli sciamani neri perché chi incappava nel male del vampiro trovava preclusa la via alla reincarnazione mentre lo sciamano, uccidendo, non osteggiava il passaggio all’al di là. Il vampiro quindi è il male più pericoloso perché non permette la risoluzione della via nella morte, del male nel bene.
L’ossessione per questo essere comportava una serie di riti e gestualità per impedirne la genesi e, se troppo tardi, esorcizzarlo.
Le salme dei defunti, quindi, venivano lasciate il più possibile in balia degli agenti atmosferici ad esempio non venivano sotterrati profondamente, si fabbricavano casse dotate di molte aperture per permettere il passaggio dell’aria e, spesso, come nel caso dei morti dei bambini che erano i più temuti perché morti anzi tempo, venivano semplicemente appesi agli alberi o in zone rialzate per far si che si decomponessero senza che però gli animali li violassero.
Per allontanare i defunti poi c’erano vari metodi cosiddetti illeciti basati sull’inganno e sulla violenza. Si ingannava il morto, ad esempio, andandolo a seppellire in luogo lontano e facendo strade tortuose in modo che l’anima non sapesse più orientarsi e quindi non potesse tornare indietro, oppure la salma non era fatta uscire dalla porta di casa ma si facevano varchi nei muri che venivano poi richiusi per far sì che l’anima del defunto non trovasse un’entrata. Nei casi più ossessionati, si trovano esempi di violenza come quello di inchiodare alla bara il defunto.
Dopo un periodo di circa nove anni (ma se c’era il sospetto di vampirismo anche prima) si disseppellivano i morti per verificarne la decomposizione; se era avvenuta allora al corpo veniva data la seconda, definitiva e decorosa sepoltura dopo averne purificato le ossa con acqua o fuoco e dopo averle disarticolate (legame con rito iniziatici dello sciamano). Se la salma invece non era decomposta si cercava di lavarla e trattarla per aiutare il processo dopo di ché si iniziava ad avere paura. C’era tuttavia un modo per liberare l’anima del vampiro ed era colpirne le sedi principali cioè la testa (decapitazione) e il cuore (estrarre il cuore). In Estonia si usava anche il metodo del rogo.